Errore diagnostico al Pronto Soccorso e infarto: oltre 1,5 milioni di euro di risarcimento ai familiari
Una recente sentenza del Tribunale di Salerno ha accertato la responsabilità di una struttura sanitaria per la gestione di un paziente giunto al Pronto Soccorso con dolore toracico e successivamente deceduto per infarto miocardico acuto.
Il Tribunale, all’esito di una complessa istruttoria e sulla base delle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, ha riconosciuto ai familiari un risarcimento complessivo superiore a 1,5 milioni di euro, oltre interessi.
La vicenda rappresenta un caso particolarmente significativo di responsabilità medica per errore diagnostico, nel quale l’omesso approfondimento di sintomi ed elementi strumentali indicativi di una possibile patologia cardiaca ha avuto un ruolo determinante nell’esito fatale.
Il caso: dolore toracico e accesso al Pronto Soccorso
Il paziente si era recato al Pronto Soccorso lamentando dolore toracico irradiato al braccio sinistro.
Presentava, inoltre, importanti fattori di rischio cardiovascolare.
Durante l’accesso ospedaliero venivano eseguiti alcuni accertamenti, tra cui un elettrocardiogramma (ECG). Dopo la somministrazione di una terapia antidolorifica e la temporanea scomparsa della sintomatologia, il paziente veniva tuttavia dimesso.
Non veniva disposto il ricovero né veniva proseguita un’osservazione finalizzata a verificare l’evoluzione del quadro cardiologico.
Il giorno successivo le condizioni del paziente peggioravano improvvisamente e, nonostante l’intervento dei soccorsi, sopraggiungeva il decesso.
L’ECG presentava elementi che richiedevano ulteriori approfondimenti
Uno dei punti centrali del giudizio ha riguardato proprio l’interpretazione dell’elettrocardiogramma eseguito durante l’accesso al Pronto Soccorso.
Secondo quanto accertato dai consulenti tecnici nominati dal Tribunale, l’ECG non poteva essere considerato normale.
Il tracciato evidenziava infatti alterazioni della fase di ripolarizzazione in diverse derivazioni, compatibili con una possibile ischemia miocardica di tipo NSTEMI.
Un quadro che, secondo le conclusioni tecniche recepite dal giudice, avrebbe dovuto indurre i sanitari a procedere con ulteriori accertamenti, monitoraggio e ricovero ospedaliero.
La circostanza che il dolore fosse temporaneamente scomparso dopo la somministrazione di un antidolorifico non era sufficiente a escludere la necessità di approfondire la situazione clinica.
Il mancato monitoraggio del paziente
La consulenza tecnica ha evidenziato un ulteriore elemento determinante: la necessità di proseguire il monitoraggio cardiologico.
In presenza di un paziente con dolore toracico e anomalie elettrocardiografiche, secondo quanto ricostruito nel giudizio, sarebbe stato necessario effettuare ulteriori ECG seriali e mantenere sotto controllo l’evoluzione del quadro clinico.
Un monitoraggio adeguato avrebbe consentito di ottenere ulteriori informazioni diagnostiche e prognostiche e di intervenire tempestivamente in presenza dell’instabilità che successivamente ha determinato il decesso.
Il Tribunale ha quindi ritenuto sussistenti profili di negligenza nella condotta sanitaria, rilevando che il caso non presentava problematiche tecniche di particolare difficoltà tali da giustificare la condotta tenuta.
Il nesso causale tra l’omissione e il decesso
Nelle cause di responsabilità medica, l’esistenza di un errore o di un’omissione non è, da sola, sufficiente per ottenere il risarcimento.
È necessario dimostrare anche il nesso causale tra la condotta sanitaria e il danno verificatosi.
Nel caso esaminato, i consulenti tecnici hanno ritenuto che l’assenza di un adeguato monitoraggio si fosse inserita nella sequenza causale che aveva portato al decesso.
Applicando il criterio civilistico del “più probabile che non”, è stato ritenuto che un monitoraggio più attento e prolungato avrebbe consentito di verificare la persistenza o la modificazione dei sintomi e di intervenire tempestivamente.
Il Tribunale ha inoltre evidenziato come non fossero emersi fattori causali alternativi idonei a interrompere tale collegamento.
Errore diagnostico e responsabilità della struttura sanitaria
La decisione affronta anche il tema della responsabilità della struttura sanitaria per l’operato dei propri medici.
Il Tribunale ha ricondotto il rapporto tra paziente e struttura al cosiddetto contratto di spedalità o assistenza sanitaria.
La struttura è pertanto chiamata a rispondere non soltanto delle proprie carenze organizzative, ma anche dell’inesatto adempimento della prestazione medico-professionale eseguita dai sanitari dei quali si avvale.
Nel caso concreto, il giudice ha accertato la responsabilità della struttura sanitaria per la condotta tenuta durante l’accesso al Pronto Soccorso.
Il danno da perdita del rapporto parentale
Accertata la responsabilità sanitaria, il Tribunale ha esaminato i danni subiti dalla moglie e dai tre figli del paziente.
Particolare rilievo è stato attribuito al danno da perdita del rapporto parentale, che comprende sia la sofferenza interiore provocata dalla morte del proprio congiunto sia lo sconvolgimento delle abitudini e delle relazioni familiari conseguente alla perdita.
Nel caso concreto, il Tribunale ha valorizzato elementi quali lo stretto rapporto di parentela, la convivenza e la relazione affettiva esistente all’interno del nucleo familiare.
Per la quantificazione sono state applicate le Tabelle di Milano 2024, attraverso il relativo sistema a punti, prendendo in considerazione l’età della vittima e dei familiari, la convivenza, la composizione del nucleo familiare e l’intensità del rapporto affettivo.
Un risarcimento complessivo di oltre 1,5 milioni di euro
La sentenza ha riconosciuto ai quattro familiari somme differenti, tenendo conto sia del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale sia, ove riconosciuto, del danno patrimoniale subito.
Gli importi complessivamente liquidati sono stati:
- € 363.094,70 in favore del coniuge;
- € 353.575,43 in favore di un figlio;
- € 361.927,43 in favore di un altro figlio;
- € 386.273,27 in favore del terzo figlio.
Il risarcimento complessivo ammonta quindi a € 1.464.870,83, oltre agli interessi determinati secondo i criteri indicati nella sentenza.
La struttura sanitaria è stata inoltre condannata al pagamento delle spese di giudizio, mentre le spese della consulenza tecnica d’ufficio sono state poste definitivamente a suo carico.
È stato riconosciuto anche il danno patrimoniale?
Sì.
Oltre al danno derivante dalla perdita del rapporto parentale, il Tribunale ha riconosciuto ai familiari, in diversa misura, anche il danno patrimoniale conseguente alla perdita dell’apporto economico del congiunto.
La liquidazione di questa componente ha contribuito a determinare gli importi complessivi della condanna.
Non è stato invece riconosciuto il rimborso delle spese funerarie, in quanto la relativa richiesta non è stata ritenuta adeguatamente supportata dalla prova fornita nel giudizio.
Danno biologico e danno morale terminale
La sentenza si è pronunciata anche sulle richieste risarcitorie formulate dagli eredi per i danni che sarebbero maturati direttamente in capo al paziente prima della morte.
Nel caso concreto, il danno biologico terminale non è stato riconosciuto. Pur essendo trascorse circa 32 ore tra la dimissione e il decesso, il Tribunale ha rilevato che il paziente aveva continuato a svolgere le proprie normali attività e che poteva presumersi una condizione di invalidità soltanto nelle poche ore immediatamente precedenti la morte.
Non è stato riconosciuto neppure il danno morale terminale, non essendo emersi elementi sufficienti per affermare che il paziente avesse acquisito consapevolezza dell’imminenza della propria morte.
La distinzione è importante perché il danno subito direttamente dalla vittima e trasmissibile agli eredi è giuridicamente diverso dal danno parentale subito personalmente dai familiari per la perdita del congiunto.
Errore diagnostico al Pronto Soccorso: quando può esserci responsabilità medica?
Non ogni diagnosi errata determina automaticamente il diritto al risarcimento.
Nei casi di errore diagnostico al Pronto Soccorso, occorre ricostruire con precisione il quadro clinico esistente al momento dell’accesso e verificare se i sintomi, gli esami e i fattori di rischio imponessero ulteriori accertamenti o una diversa condotta sanitaria.
In particolare, può essere necessario esaminare la cartella clinica, il verbale di Pronto Soccorso, gli ECG, gli esami ematochimici, i tempi degli accertamenti, le terapie somministrate, la decisione di dimettere il paziente e le linee guida applicabili all’epoca dei fatti.
È poi indispensabile stabilire, attraverso una valutazione medico-legale, se una diagnosi tempestiva e un trattamento appropriato avrebbero avuto concrete probabilità di evitare il danno.
L’assistenza dello Studio Legale Leanza
Lo Studio Legale Leanza presta assistenza nei giudizi in materia di responsabilità medica e sanitaria, affiancando pazienti e familiari nella valutazione e nella richiesta di risarcimento dei danni derivanti da errori diagnostici, omissioni, ritardi nelle cure e trattamenti sanitari inadeguati.
Ogni caso viene esaminato a partire dalla documentazione clinica, con il supporto, quando necessario, di medici specialisti e consulenti medico-legali, al fine di verificare la sussistenza di profili di responsabilità e del nesso causale tra la condotta sanitaria e il danno subito.
Lo Studio cura tutte le fasi della pratica, dalla valutazione preliminare del caso e dall’acquisizione della documentazione sanitaria fino alla richiesta risarcitoria, alla fase stragiudiziale e all’eventuale azione giudiziaria per il risarcimento del danno da colpa medica.
Hai subito un danno o hai perso un familiare e ritieni che possa essere conseguenza di un errore medico? Contatta lo Studio Legale Leanza per sottoporre il caso a una valutazione.
Il presente articolo ha finalità esclusivamente informative. Ogni caso di responsabilità sanitaria deve essere valutato individualmente sulla base della documentazione clinica e delle specifiche circostanze.

